(pubblicato sul numero di settembre 2009 di Colibrì, notiziario di Festivaletteratura di Mantova)
L'uomo è un animale sociale, lo è per istinto, per natura. La storia umana, come susseguirsi di tutte le aggregazioni sociali che nel corso dei secoli l'uomo ha creato, è la realizzazione collettiva di questo istinto individuale.
L'assetto attuale della nostra società è molto particolare perché è il risultato dell'esplodere e del mischiarsi di diverse società localizzate in una macrosocietà delocalizzata (fenomeno che altri chiamano globalizzazione), e sta rivelando sempre di più la propria incapacità ad interfacciarsi ai problemi dell'individuo. A dimostrarlo sono i conflitti che straziano le nostre elites politiche ogniqualvolta debbano prendere decisioni in campi che non sono prettamente politici, ma che sono dominio dell'etica, della morale, campi in cui l'ingresso dello stato pone delle intricate questioni che, benché siano di difficile e delicato approccio, le nostre società prima o poi devono affrontare.
Il campo che ha mostrato maggiormente questa difficoltà della nostra società di relazionarsi con la dimensione individuale è il campo più delicato dell'esistenza umana, la morte, che è in fondo l'atto per definizione più solitario di un essere umano, il meno sociale. A fare le spese di queste difficoltà, di queste incertezze e titubanze politiche e a porre l'attenzione dell'intera società sull'urgenza della questione sono centinaia, migliaia di persone che, per l'opinione pubblica italiana, hanno i nomi e i volti di Piergiorgio Welby e di Eluana Englaro, giusto per fare gli esempi più celebri e mediatizzati.
Il dibattito che le storie individuali di questi uomini e di queste donne hanno fatto nascere si concentra soprattutto su due concetti cardine a cui siamo soliti dare i nomi di Eutanasia e di Testamento Biologico, concetti che riportano il potere di decidere sulla propria vita al singolo, all'individuo. Chi ha diritto se non l'individuo di decidere come e quanto soffrire? O come morire? Insomma, chi se non il singolo, l'individuo, può decidere come gestire le decisioni che riguardano la sua vita privata che è, in fondo, l'unica cosa che gli appartenga veramente.
Più di sessanta anni fa Jorge Luis Borges affermava che il più urgente dei problemi della nostra epoca è la graduale intromissione dello stato nella vita dell'individuo. Per cercare di limitare questa ingerenza, le cui forme più acute possono trasformare una democrazia in uno stato totalitario, bisogna necessariamente accettare il fatto che lo Stato non solo non debba entrare in questioni che riguardano l'etica individuale, cioè il modus vivendi di ogni singolo individuo, ma che non possa farlo, che questo non faccia parte dei suoi compiti. In fondo quando parliamo di laicità dello stato è proprio questo che dovremmo intendere, che lo stato non sia portatore di un'etica, sia questa dettata da posizioni ideologiche o religiose, ma che difenda semplicemente il diritto di ogni singolo cittadino, in quanto individuo, di avere la libertà e i mezzi per autodeterminare la propria esistenza, il proprio agire, vale a dire la propria etica.
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