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19 dicembre 2008

La vendetta di Jorge Luis Borges



Viaggiavo sul treno di mezzanotte che da Trieste porta a Budapest, un viaggio di circa dieci ore che mi avrebbe portato al sicuro. Avevo un appuntamento nel retro di un'osteria, vicino al Danubio, con qualcuno che, almeno così mi era stato assicurato, mi avrebbe fornito dei nuovi documenti, finalmente avrei potuto cancellare la mia colpa, dimenticare. Viaggiavo, dicevo, sul treno che da Trieste porta a Budapest ed ero seduto, in direzione di marcia, a fianco del finestrino, che il buio esterno trasformava in uno specchio. Mentre il treno sfrecciava nella notte come una pallottola, cercavo di annacquare la mia vertigine con la lettura dell'Aleph di Borges, l'unico libro che ero riuscito a portare con me nella fuga, nella speranza che, come molte altre volte, le architetture arcuate dell'argentino mi avrebbero aiutato a dimenticare l'inquietudine, o quantomeno a conviverci. Viaggiavo, dicevo, su quel treno, veloce come una pallottola, e dividevo lo scompartimento con una ragazza i cui riccioli neri, dei veri e propri tentacoli, minacciavano ad ogni istante di avvolgermi. 

Eravamo già fuori dall'Italia da un paio d'ore quando, ad una fermata secondaria di cui non ricordo assolutamente il nome, salì il diavolo in persona. Era un vecchio canuto, molto ben vestito, portava un paio di occhiali da sole con le lenti laterali e un gran cappello a tesa larga che subito si levò, da gran signore. Dopo qualche minuto passato in silenzio e speso a guardarsi in giro, egli mi rivolse la parola, presentandosi. Aveva una voce pastosa, ma parlava un discreto italiano. Poi mi chiese a bruciapelo. Se lei avesse la possibilità di viaggiare nel tempo, Quando andrebbe? E Dove? Ovviamente, sulle prime, fui un po' interdetto, soprattutto per la familiarità con la quale egli mi si rivolgeva. Poi, dopo aver riflettuto qualche secondo, guardandomi nelle sue lenti a specchio, gli risposi: Andrei certamente al 30 aprile del 1941, alle 8 di sera, in calle Garay, a Buenos Aires. Feci uno strano sorriso, come di autocompiacimento, che intravidi riflesso nei suoi occhiali... Mmmhhh 30 aprile, pensi che qualche giorno fa ho mandato un tizio a Berlino, proprio il 30 aprile, ma del 1945, voleva vedere se Hitler aveva avuto il coraggio di farsi sparare o no... eh eh eh... ma lei... a Buenos Aires... mi lasci pensare... mmmhhh.... come mai questa scelta? Prima di rispondergli deglutii e mi schiarii leggermente la voce. Voglio vedere l'Aleph... ha presente? Borges...Il luogo dove si trovano, senza confondersi, tutti i luoghi della terra... Ahhhh... eh eh eh... Borges... certo che ce l'ho presente... pensi, gli ho fatto questa stessa domanda nel 1980... eh eh eh... Il panico iniziale era sparito dal mio animo, avevamo rotto il ghiaccio ormai. Mi sentivo un come dopo la prima domanda di un esame, quando la tensione cala e si riprende il controllo di sé stessi , così lo interruppi: E dove le ha chiesto di andare, e quando? Non mi rispose, continuando a ridere... Ma non ebbi il tempo per chiedergli spiegazioni perché, tra uno sbattere delle palpebre e il successivo, egli non era più davanti a me, come non era più al mio fianco la bella ragazza mora e dormiente. Inutile dire che non mi trovavo più sul treno...





Ero in una via dalle case tutte uguali. Il cielo era scuro, ma non faceva né caldo né freddo. Ogni dieci metri un lampione illuminava una piccola porzione di strada. Ce n'era uno che illuminava un piccolo cartello, Calle Garay... Ad una ventina di metri da me un uomo camminava tranquillo, guardandosi intorno, nella mano aveva una bottiglia di cognac, sotto l'ascella un torrone. Ovviamente lo capii subito che era lui, era Borges, e si stava dirigendo, come faceva il 30 aprile di ogni anno, a trovare Carlos Argentino Daneri, cugino di Beatriz Viterbo, morta precocemente una decina di anni prima, nel 1929, e da lui molto amata. Quel 30 aprile però era una data importante non a caso l'avevo scelta. Quel giorno, infatti, Carlos Argentino Daneri avrebbe letto a Borges alcune delle stanze del suo poema segreto intitolato La Terra, pretenzioso tentativo di Danari di mettere in versi tutta la rotondità del pianeta. Quel poema, più tedioso e vasto dell'Adone del Marino, era ispirato dall'assidua frequentazione dell'Aleph che Danari custodiva segretamente in cantina. Di più, quel folle poema era la prova più tangibile della sua esistenza: l'Aleph, il luogo dove si trovano senza confondersi tutti i luoghi della terra, il punto onnicomprensivo dove Borges vide, tra le altre cose, i resti atroci di quanto era stata Beatriz, la circolazione del suo sangue, il meccanismo dell'amore e la modificazione della morte, il suo volto, le sue viscere, e il tuo volto, con ogni probabilità anche il mio.


Dovevo vederlo anch'io, dovevo vedere l'Aleph.

Non indugiai un minuto, feci due o tre passi di corsa e lo colpii sul retro del ginocchio con una ginocchiata. Borges cadde come pasta molle, allora continuai, colpendolo prima sulla schiena con una gragnola di calci e poi in testa col calcio che lo fece svenire. Mi guardai intorno, nessuno mi aveva visto. Trascinai il corpo dietro una siepe, gli sfilai da sotto l'ascella il torrone, dalla mano gli presi la bottiglia di cognac e percorsi gli ultimi metri per arrivare alla casa che fu di Beatriz Viterbo, la casa nella cui cantina, io lo sapevo, c'era l'Aleph. Bevvi una gran sorsata di Cognac che trovai molto buono (Borges aveva gusto nello scegliere l'alcool, non l'avrei mai detto). Mi asciugai la bocca con la manica della camicia e suonai al campanello. Dopo qualche istante Carlos Argentino Daneri aprì la porta. Era un ometto minuscolo, pallido e raggrinzito, doveva avere meno di sessant'anni, ma li portava molto male. Mi guardò distrattamente e mi chiese gentilmente cosa volessi. Gli risposi freddo, fissandolo negli occhi. Voglio vedere l'Aleph. Si fece ancora più bianco in volto, il suo segreto era stato scoperto, e non poteva neanche spiegarsi come. Non sapeva che Borges, qualche anno dopo, avrebbe descritto i loro incontri, la sua casa, e l'Aleph stesso in un racconto, dal titolo l'Aleph per l'appunto. Non poteva proprio saperlo. Non gli lasciai il tempo per decidere che fare, lo colpii, con un colpo secco di ginocchio nei testicoli, che lo fece accasciare sulle ginocchia, allora gli rifilai una seconda ginocchiata sul mento, più secca e più forte dell'altra. Quando cadde per terra svenuto, mi vennero in mente le parole con le quali Borges descrisse i suoi abominevoli versi. Il processo sommario che lo giudicò colpevole di alto tradimento della Poesia e di Disonestà Intellettuale, si svolse in pochi secondi nella mia mente. La condanna fu la morte, da eseguirsi all'istante a mezzo bottiglia di cognac spaccata sul cranio. Ora ero dentro la casa di Carlos Argentino Daneri, il cui sangue, intanto, si spandeva copioso sul pavimento. Mi guardai intorno, vidi tutti i volti di Beatriz, a colori, di profilo, con la maschera nel carnevale del 1921, alla prima comunione, il giorno del suo matrimonio con Roberto Alessandri. Fissai tutti quei ritratti e mi ritrovai a pensare che, in fondo, Beatriz non era affatto una bella donna, tutte le volte che avevo letto di lei nel racconto di Borges me l'ero immaginata come una donna affascinante, longilinea, dal portamento nobile e dallo sguardo intenso. A scoprirla una cicciona dallo sguardo cretino ci rimasi un po' male, devo ammetterlo. In ogni caso non era Beatriz che mi interessava, stavo cercando l'Aleph e sapevo bene dove trovarlo. Aprii l'Aleph a pagina 163 dell'edizione Feltrinelli (quella bianca con in copertina l'alfabeto animato di Cuniberti), esattamente quando Carlos Argentino Danari dice a Borges: “Un bicchierino di pseudo-cognac e ti tufferai in cantina. Come sai, il decubito dorsale è indispensabile. Lo sono anche l'oscurità, l'immobilità, un certo adattamento dell'occhio. Ti sdrai sul pavimento di mattonelle e fissi lo sguardo sul diciannovesimo gradino della scala. Me ne vado, abbasso la botola e resti solo. Qualche roditore ti farà paura, ci vuol poco! Dopo pochi minuti vedrai l'Aleph!” Seguii le istruzioni alla lettera, bevvi il bicchierino di cognac, mi sdraiai, seppur con un certo fastidio, sul pavimento umido della cantina. Poi contai fino al diciannovesimo gradino e aspettai. Dopo qualche minuto lo vidi, vidi l'Aleph... fu spettacolare e disarmante, splendido e terrificante, perché vidi tutto, tutto.

Era vero!!!! Nella piccola sfera cangiante di due o tre centimetri di diametro tutto il mondo era contenuto, ma che dico il mondo, l'universo... tra le altre cose vidi una grande esplosione, vidi un pianeta vorticoso e nero farsi verde, ricoprirsi d'acque... vidi una cordigliera di ossa di dinosauri, vidi l'Albatros, vidi il marinaio che lo vide, vidi un vecchio che sorrideva, vidi il volto dell'assassino di Cesare, vidi il volto di Dio, di Jhvh e di Allah, era lo stesso ed era il tuo, vidi il volto di tutta la mia stirpe, mi vidi attraverso lo sguardo impaurito di una donna, provai esattamente la sua paura, vidi delle facce che mai avevo visto, vidi il mio volto esplodere, vidi Borges... con le ultime energie che mi restavano (una cosa che Borges omette nel suo racconto è la fatica, enorme, nell'osservare l'Aleph) riuscii a chiudere gli occhi ed porre fine al terrificante spettacolo... Quando riaprii gli occhi ero sul treno, ero di nuovo nel presente. Notai che c'era solo la donna nello scompartimento e mi fissava. Per la prima volta le vidi gli occhi, di un verde profondissimo. Le sorrisi, ma subito mi accorsi che il suo sguardo era di terrore, ma soprattutto che non era me che stava fissando perchè l'oggetto del suo terrore era dietro di me. Alzai lo sguardo verso il finestrino-specchio e lo vidi. Era Borges.

Non ebbi il tempo di sentire il gelo della lama toccarmi la gola. Non provai nessun dolore.




15 giugno 2007

De te fabula narratur

Il primo ad aprire la busta fu il dottor Farrugia, neolaureato in Lettere all’Università Statale di Milano e stagista presso gli uffici della redazione culturale del Sole24h. L’aprì in uno strappo secco, ma non ebbe il coraggio di leggerne il contenuto. Indugiò soltanto per qualche secondo sulla calligrafia minuta ma armoniosa del mittente, ALLA CORTESE ATTENZIONE DI STEFANO SALIS. Decise di portarla subito al destinatario, il suo capo.
Camminando a passo svelto verso l’ufficio guardava alternativamente a terra e all’aria. Gettò uno sguardo malcelato alle forme strabilianti della segretaria del capo, bussò alla porta e entrò.
Il dottor Salis era seduto al suo posto, sotto la finestra, sgranocchiando i resti di una cena modesta preparata a casa, con gli occhi e con la mente in un altro punto del mondo, tra le palme caraibiche del suo desktop. Sfogliando l’incartamento della busta si scrollava distrattamente le briciole di dosso.


Egregio dott. Salis,
Voglio darle un’informazione, e nel farlo sarò breve; riguarda Cento colpi di spazzola prima di andare a dormire di Melissa P. So che lei lo ha letto qualche sera fa so anche che si è addormentato a pagina 45, ma soprattutto so che nei suoi sogni, che suo malgrado la mattina dopo aveva dimenticato, si trovava, in nuce, un riflesso della verità che io ora le offro.
Melissa P non esiste, o meglio, non è la ragazzina spregiudicata e sessuomane che tutti pensano sia. Di più, Melissa P è un pseudonimo dietro il quale si nasconde un ombra ingombrante. Spero che al suo ingegno, che reputo alto, bastino queste parole:
STAT ROSA PRISTINA NOMINE, NOMINA SOLA TENEMUS.
addio.


Il dott. Salis Inizialmente pensò ad uno scherzo, alzò un sopracciglio al suo modo e guardò il dottor Farrugia, È uno scherzo, vero?. La risposta negativa, implicita nello sguardo sperso dello stagista, non poteva certo convincerlo. In fondo neppure era una domanda quella che gli aveva rivolto, era soltanto un riflesso incondizionato, la mai sopita abitudine di pensare ad alta voce.
Il dott. Salis aveva naturalmente capito al volo l’allusione del misterioso mittente e non perse tempo. Era venerdì, mancavano poche ore all’impaginazione definitiva della Domenica. Scrisse il pezzo in due colonne. Cercò nell’archivio una foto abbinabile al pezzo. Chiamò l’impaginatore e il titolista. Infine soddisfatto se ne andò a casa, aspettando l’esito delle sue parole. Solamente davanti all’uscio di casa pensò che forse non era stato troppo prudente.
La domenica la passò a casa, con un nodo allo stomaco facilmente spiegabile, temeva, anzi peggio, aspettava che il telefonino iniziasse a vibrare, che la voce del suo avvocato lo informasse di una denuncia per diffamazione giunta alla redazione.
Aspettò fremente tutto il giorno. Rimase sveglio fino a mezzanotte passata, ma nulla successe, il telefonino vibrò solo all’arrivo di un messaggio di recall, erano quasi le tre.
La mattina dopo arrivò in redazione presto, ma non per primo. Quando aprì la porta del suo ufficio si trovò davanti, legati e imbavagliati, il dottor Farrugia e la bellissima segretaria. Comprese che qualcosa stava accadendo solo quando sentì dietro di sé chiudersi la porta e girare la chiave nella toppa, ma non fece in tempo neppure a voltarsi.


Sono tutti e tre imbavagliati, il ragazzo, una ragazza molto bella e un uomo sui quaranta. Stanno per terra. Il ragazzo ha sonno, gli cade la testa di lato. La ragazza è svenuta, è per terra.
È un uomo robusto dalle spalle larghe, il rapitore , non sembra giovane


Dottor Salis, mi deve delle spiegazioni, o sbaglio? Allora mi spieghi, su, mi dica chi ha fatto la soffiata. Il dottor Salis, imbavagliato, ha appena iniziato a boffonchiare qualche brano di frase inavvertibile, quando squilla il telefono, interrompendolo. È la polizia, messa in allarme dal lavavetri dell’edificio, che appoialato fuori dalla finestra ha assistito alla scena del rapimento e ha dato l’allarme.
Il rapitore si dirige al telefono, parla in francese, Je suis un combatant du front popular d’Algerie, Je’ai rapitò le docteur Salìs, son secrétaire e son assistant. Pourtez-moi un elicopterò, altremont je tagl a tout la goule à mort.
Il dottor Farrugia, che di origine è francese, è l’unico che può comprendere le parole del rapitore e si spaventa non poco. La segretaria, che in qualche modo deve aver capito la questione dal tono incattivito della sua voce, appena ridestatasi risviene.
Nelle ore seguenti la scena si replica altre cinque, altre sei volte. Ogni volta il tono della voce, la lingua e l’accento del rapitore cambiano radicalmente. Dal siculomafioso all’indipendentbasco, passando dal gaelico e da un arabo finissimo.
Sia nel piccolo ufficio gli ostaggi legati, sia giù in strada la polizia, nella persona del commissario Cupardo, si sono decisamente insospettiti. I primi, il dottor Salis e il dottor Farrugia, non sanno proprio che pensare. Il secondo, il commissario Cupardo, puranche.
Arrivano le due di notte e le grida e i canti traballanti della Milano alcolica da bere, un paio di vomitate fregiano le ruote posteriori della macchina del commissario che nel frattempo fa l’ennesimo tentativo telefonico, forse l’ultimo dei tentativi per capirci qualcosa.
Il rumore del venerdì sera, le grida e i canti rendono incomprensibili le parole urlate dal commissario nell’apparecchio, sembra di assistere ad un controcampo di una di quelle conversazioni che in un bel film di spionaggio non si devono carpire, se si voglia godere della suspence insita nel genere. Solo qualche parola filtra dal rumore… pare latino!
La telefonata è finita, il volto del commissario è sudato, pensoso, come chi abbia risolto un enigma o si ad un passo dal farlo. Sta pensando a Franco Brioschi, un suo professore dei tempi dell’università a cui era stato molto legato, e che diceva sempre che "A parlare un latino fluido in Italia non sono rimasti che il Papa e Umberto Eco".
Il papa è in viaggio d’affari in Turchia, anche un idiota capirebbe.
Ora il lento fluire delle lacrime di sudore dalla fronte del commissario è inversamente proporzionale alla velocità dei suoi pensieri. Quante cose gli vengono in mente! E tutte nello stesso istante, il tutto non appena il suo sguardo casca sull’articolo della Domenica del Sole, SCANDALO NEL MONDO LETTERARIO, MELISSA P È UNO PSEUDONIMO DI UMBERTO ECO, la firma è di Stefano Salis.



È ormai profonda la notte, e buia, il telefono squilla nel silenzio dell’ufficio. La segretaria è ancora svenuta, il dottor Salis e il dottor Farrugia si sono stufati da tempo di lamentarsi e, non sapendo più a cosa pensare, vorrebbero solo che tutto al più presto finisse.
Anche il professor Eco è stufo di giocare, ma anche lui è confuso, è stato troppo maldestro ed è stato scoperto. Non avrebbe dovuto usare il latino, lo sapeva, ha esagerato, l’ispettore ha capito, ha capito tutto. Lo scandalo che voleva insabbiare, il suo essere padre dei gemiti, delle perversioni di Melissa P e di tutte le altre porcate radicalpop non potrà più essere negato. Tutta una vita per diventare Umberto Eco e ora in mano un pugno di mosche.
Ad un tratto il fax, l’ermes moderno che trilla, sderedegna e stampa il terribile messaggio: due fogli di A4 in times, corpo 12, neanche troppo fitti. Umberto Eco le legge d'un fiato, le ultime parole sono DE TE FABULA NARRATUR, di te si parla nella storia…


E il corpo di Umberto Eco cade, anticipandone l’ombra, come corpo morto, senza neppure capire perché. E dell’ufficio, delle curve della bella segretaria, del commissario Cupardo e della Milano alcoolica da bere non rimane altro che un pugno di caratteri da scordare.

14 giugno 2007

Il salto nel vuoto

Giovanni e Sonia stanno facendo l’amore, hanno quasi trentanni e da dieci sono insieme. Ci sono stati amori migliori tra di loro, ma non si possono lamentare. Il problema inizialmente è tutto di Giovanni, sta pensando ad un'altra, inutile dire che la questione in un secondo dalla mente è passata ai fatti di lui, ai gesti. Si è immobilizzato, è sbiancato in viso. Cosa succede? Sonia si preoccupa, capisce al volo che qualcosa non va. Cos’hai amore? La mummia di Giovanni non sa rispondere, è nell’attimo di smarrimento. Ho pensato ad un’altra… le risponde con un filo di farfuglio. Ho pensato ad un’altra… ribadisce. La faccia di lei non si potrebbe descriverla, sarebbe storia da tenere privata, basti dire che, strabuzzati gli occhi e abbandonata la mascella, una riga di un misto di sudore e lacrime le attraversa lo zigomo. È finita, dice Sonia trattendo l’urlo, Non si può… e scoppia in lacrime, questa volta pùre. Giovanni nota la lacrima e la asciuga, Non so che dirti Sonia, che dirti a scusa?, ma lo dice già prendendo la rincorsa verso la finestra spalancata sulla strada.

21 maggio 2007

Il Cinquetre

A questo secol morto, al quale incombe
tanta nebbia di tedio.
POEMA GOLIARDICO, 1820


L’alba è passata da poco, il sole dovrebbe essere già sorto sull’asfalto bagnato, graffiato dai tentacoli umidi dei camion dell’AMSA. Ma oggi su tutto la greve caligine di novembre grava, domina incontrastata la città. La strada è deserta, o così pare, ed è muta, attutito ogni rumore, tutto è inghiottito dal marbianco. Soltanto le due cifre tremolanti dell’autobus Cinquetrè sberluccicano, rosse di neon, rifratte casualmente dalle incontabili goccioline della nebbia, mentre l’autobus è fermo. È un’immobile balena stravolta, stordita sull’arena.
In quell’oceano, bianco da accecare, arriva tagliando la coltre burrosa, con la calma assonata delle notti insonni, il primo pendolare, imbaccucato in lana pesante, il passo tardo e lento non aggiunge rumore al silenzio. Sepolto da tutto quel biancore tenta di scacciare la paura di sparire inghiottito dalla bruma, così bianca da stordire. Vorrebbe tentare di intaccare, di tagliare con lo sguardo le pareti di quel muro inconsistente ma inscalfibile. Bah, forse per pigrizia, forse per mancanza di spirito d’azione, desiste ancor prima di provare. L’abbraccio posticcio della nebbia gli ha placato ogni fretta certamente, congelato ogni ardore.
Poco dopo arriva il secondo, abbracciato alla terza, marito e moglie aggrappati l’un l’altra, si difendono come possono dall’umido dei nembi, dal gelo nelle ossa, e lo fanno barcollando, tra un dormiveglia e un sogno di calura, un bisogno irrinunciabile di afa e di vacanze.
E la luce avanza, anche se ancora non si può chiamare giorno, ma a saperla descrivere ad avere le parole, sarebbe bianca da accecare, balenante, scomposta e ricomposta dalla nebbia in timidi fulgori. Di certo comunque si può dire essere già molto diversa dal bagliore impacciato di pochi istanti prima. È il giorno nuovo che si approssima, che timorosamente impara a camminare, come sempre.
Intanto arriva il quarto, un giovane impiegato, stazza misera, canuto, incomincia a borbottare, insolente non pazienta, neppure per un attimo, reclama, protesta del ritardo, ordisce lagnele fastidiose, cerca un sostegno tra i presenti con lo sguardo. Gli occhi assopiti intorno a lui lo fissano stizziti, nel suo dannarsi l’anima al lamento, ma quello, impertinente, continua le lagnanze. Ma ancora non attacca, il sonno non fa sconti, almeno per un pò.
Passano i minuti come secoli monotoni e monocromi, un contromedioevo bianco, fulgente di foschia. Il Cinquetrè non accenna a partire, non un movimento, nessuno scoppiettio né un rumore dal grande ventre grigio del motore, nessuno può esser certo nemmeno che esista il guidatore, anche se qualcuno giurerebbe di averne sentito dietro ai vetri il ronfare aritmico e nervoso.
E arrivano anche gli altri da tutta la pianura, pendolari fradici e già stracchi da affondarsi nel letto ancor prima di iniziare a lavorare. E con loro, nella nebbia ancora bassa e fitta da tagliarsi, inizia a diffondersi un rumore, prima flebile, un vocìo, poi i borbottii si fanno più massicci, non si intendono le parole. Poi si unifica in brusio, cumulo di voci sottovoce, che s’infiltrano dovunque come un liquido, come la nebbia che le avvolge. Sono i pendolari, s’iniziano a svegliare, protestano tutti insieme: più passa il tempo più prendono coraggio, senza dubbio, e iniziano a gridare le offese più maligne, disumane, a quel povero diavolo d’autista. Invero il suo volto è ignoto a quella folla, visto che è celato dal bianco lenzuolo della bruma, mentre all’insaputa di gran parte dei presenti, stravaccato sul sedile, dorme di gran gusto come un gatto.
Ma basta qualche attimo, il brusio diventa grido ed è bomba a mano: sfascia, stravolge e sconvolge il silenzio umido. Un altro attimo, ed ecco un vocione che si staglia dal magma multiforme delle urla, nel marbianco della nebbia:
<>
Grida ansando, grufolando. Ma è solo la miccia, altre sono le molteplici esplosioni. E infatti ecco un’altra voce che s’inerpica e fende la nebbia, quasi rotta, stonata dalla rabbia:

Un altro dei presenti lo imita, ma rincara la dose, esplode una bestemmia rabbiosa e articolata, sputata a denti stretti:

E poi altri che picchiano sui vetri:
<>
Intanto, d’improvviso, un secondo dopo l’altro la nebbia arretra, lentamente ma inesorabilmente. E tornano a vedersi dei colori, prima soffocati dalla nebbia. Il Cinquetrè smette i panni della balena esanime, ritorna autobus. La strada di nuovo torna strada, le case tornan case, per ultimi, infine, sono i volti a tornare volti.
Pian piano, tra i presenti si diffonde un senso di liberazione, nell’attimo di pace le espressioni con fatica si associano alle voci, gli improperi ai padroni, le bestemmie agli artefici. Quand’ecco che iniziano a spannarsi i vetri del veicolo, senza fretta, a chiazze che si allargano e riprendono centimetri all’opaco, la nitidezza si fa avanti, in un minuto è in ogni parte.
Finalmente si vede la faccia dell’autista, del dormiente, un sorriso da pubblicità di dentifiricio gli alberga in viso, ma gli occhi son di fuoco, si è svegliato, tutti quegli insulti l’han ferito, unica sua colpa l’essersi sopito, cullato dal candore. Lui, unico lavoratore in atto tra petulanti lavoratori in potenza, in quel momento, chissà che gli passa nel cervello, scende dall’autobus, tiene fissi quegli occhi diabolici, gl’iridi impazziti, le pupille come spilli, migliaia di piccole venuzze gli irrorano la sclera. E giù con balzo da pantera, piegando le ginocchia leggermente s’inarcha sulla schiena. Tutti i presenti timorosi, allargano un cerchio di paura, nel centro spaccato, in mezzo a quelle bocche spalancate, emette un urlo luponario. Quindi serra gli occhi, e ghignando bestialmente, il braccio inizia a roteare, roteare, continua a roteare e infine schiude il pugno. Il povero mazzo di chiavi, sospinto da una forza sovrumana, sale oltre le nubi.
E salgono, salgono sempre più in alto, brilleggiano di luce, scintillano in mille baleni da sorprendersi. Salgono, salgono, sembra quasi all’infinito, ormai sono un minuscolo puntino. Salgono, salgono, fino all’apice del lancio, chissà quanto in alto. Quindi si fermano, si godono la brezza, scintillano ancora più forte e si riempiono d’altezza, del senso di vertigine. Quindi cominciano a cadere, a rovinare, precipitando sempre più veloci.
Dal punto di vista delle chiavi diciamo che si vedrebbe una chiazza, una piccola macchia giù da basso che pian piano si espande, diventa folla, gente che a bocca aperta aspetta ancora loro, le chiavi. Si vedrebbero anche i visi che deformano, irriconoscibili, devastati da livori incomprensibili, che si sguardano in cagnesco, che sbavano, e che intanto si fanno sempre più grandi più vicini, talmente veloci da renderli impossibili. Poi GLOMM GLUNP GLORT …di colpo tutto si fa nero, silente. È il nero del silenzio, in realtà leggermente borbottante, dello stomaco d’autista che le ha inghiottite per dispetto e per l’astio dei presenti. A veder la cosa dall’esterno non possiamo sapere se là dentro, in quelle viscere, risuonano i colpi, le grida della folla attuttite dalla carne, e gli strappi, e gli sputi, e gli schiaffi, e le urla di dolore dell’autista, lancinanti, linciato dalla folla, l’ultimo dei martiri alienati, di un mondo che non ha più senso, un mondo che li costringe a uccidersi tra loro.

Un ultimo standard di jazz

La musica, gli stati di felicità, la mitologia, i volti scolpiti dal tempo,
certi crepuscoli e certi luoghi vogliono dirci qualcosa, o dissero
qualcosa che non avremmo dovuto perdere, o stanno per dire qualcosa;
quest’imminenza di una rivelazione, che non si produce, è, forse, il fatto estetico.

j. l. b.

Il vecchio professore è affacciato al balcone dove ha sempre vissuto. guarda la strada, naturalmente, invasa e scaldata da un tiepido tramonto di primavera inoltrata. Sa che questa è l’ultima volta che può sporgersi dal quel balcone, l’ultima volta che può vedere i palazzi di vetro, in fondo alla via, farsi rossi, infiammati.
Due mesi sono trascorsi dall’ordine di demolizione e di conseguente evacuazione del palazzo. Le cariche di esplosivo sono già state accatastate intorno alle colonne di cemento armato che da sempre reggono quelle mura. Il vecchio però, ancora non sa che fare. Si trova inequivocabilmente ad un bivio, uno snodo decisivo della sua vita. Il vecchio, però, ancora non ha deciso che fare. Il suo cuore vacilla tra le uniche due scelte che la sua mente contempla. La prima è una scelta complessa, perché ne porta dietro tante altre: è andarsene, accettare il cambiamento e affrontarlo, continuando a fare altre scelte, continuando a vivere. La seconda, invece, si conclude in se stessa, nel suo inesorabile compiersi ed è per questo, in qualche modo, più semplice: è aspettare, crollare col palazzo, implodere con lui nell’oblio. Quale sia tra le due la più drammatica, la più dolorosa agli occhi di un uomo con buona parte della vita alle spalle, non è semplice a decidersi e forse neppure ci riguarda. Ci basta sapere che questo è senz’altro uno dei momenti più intensi della sua vita. Proprio questo, che ci sta passando sotto gli occhi, tra le righe, è il momento in cui deciderà, sceglierà se morire o continuare a vivere in un mondo che lo ha superato e che lo ritiene superfluo.
Il vecchio guarda ancora verso i palazzi, ora un po’ meno infuocati, di un rosso più cupo, più straziante e continua a pensare. Forse pensa a quanto sia strano che questo tramonto, questa semplice e reiterata figura dell’eterno e infinito ritorno, contribuisca inequivocabilmente alla sua tristezza e, nello stesso tempo, con la stessa fermezza, alla sua tranquillità, a quella sicurezza, alla costruzione di quella consapevolezza della propria fine che è forse il vero scopo della vita di un uomo. Mentre le associazioni di immagini, pensieri e parole gli si ammucchiano rapidamente nella mente, sempre più fitti riaffiorano antichi e meno antichi ricordi che come lenti barconi risalgono a fatica le rapide correnti del tempo. Alcuni di questi ricordi sono legati alla casa, fedele compagna di strada da una vita e da lei traggono forza, materializzandosi.
Guardando la libreria in sala, per esempio, colma dei libri che hanno animato i suoi sogni di studente e che lo hanno esaltato, abbattuto, e alla fine cresciuto, gli viene in mente quando era bambino e passava i pomeriggi a giocare a calcio sotto quella libreria, quando ancora non sapeva leggere, quando per lui quell’ammasso di libri, pane della sua immaginazione futura, era solo un muro irregolare su cui far rimbalzare la palla di spugna, quando ancora non immaginava che dentro quei piccoli scrigni esistessero altri mondi, altre vite.
La libreria è sempre stata il centro nevralgico della casa, come la letteratura della sua vita. Da quelle assi di legno possente, metafora fin troppo facile di quel sapere per lui così necessario, è partito il vecchio, quando vecchio non era, a scoprire il mondo ed i suoi ingranaggi. È lì, tra quei libri, che ha imparato i rudimenti del mestiere di vivere ed ora, dovendo abbandonare tutti quei personaggi, quei compagni di vita, si sente sopraffatto dalla solitudine. È per questo che ora si sente così lontano dal suo mondo, dai vecchi amici, vivi solo nel suo ricordo, dalle amanti avvizzite nella carne come nella memoria, da un mondo che è polvere, ormai.
Ora, guardando giù, lungo la strada, è come se li vedesse marciare tutti quei personaggi, quei volti sbiaditi ed è come se li vedesse tutti insieme per l’ultima volta, mentre anche loro si dirigono al tramonto, verso il sole infuocato che ora è ancora più vicino al lontano orizzonte. Mentre li guarda andarsene, per la prima volta nella sua vita, prega. Prega che per nessuno di quei personaggi, di quei volti di amico, di quelle donne sia arrivato il tempo della fine, la fine vera intendo, che altri chiamano oblio. Prega di non essere, per nessuno di loro, l’ultima tappa del tempo, l’ultimo a serbarne il ricordo, prima della necessaria estinzione dalla memoria, perché se così fosse anche solo per una di quelle facce, il peso della morte diverrebbe per lui insopportabile.
Nel frattempo però il tempo procede, mentre questi pensieri e ricordi assediano il vecchio e il sole è sparito, dietro la casa all’angolo. Di riflesso egli si ritrova a pensare che sia tornato ad infiammare altre case, altre strade, altri vecchi e, inevitabilmente, che sta scaldando per l’ultima volta la sua di casa, se non forse anche lui, che intanto s’infiamma pensando e viaggiando nel tempo.
La casa infatti trabocca di foto sui muri, alcune grandi come poster, altre piccole come francobolli, appiccicate un po’ ovunque provano a resistere al tempo, come se una faccia giovane in una foto ingiallita, visibilmente vecchia possa allietare la vita di chi quella faccia è stato, di chi in quell’immagine per un momento ha vissuto.
Le foto del quartiere, poi, parlano ancora più tristi del passato lontano, foto di palazzi che sono stati e non sono più, che hanno già concluso il loro ciclo vitale, palazzi che si sono già portati dietro i loro padroni all’oblio. Il vecchio, che ancora non sa cosa fare, guarda e riguarda gli stessi angoli, gli stessi oggetti, continua a pensare a quella decisione, come se qualcosa potesse ancora cambiare nella sua vita. La vista di quelle vecchie foto lo ha riportato per l’ennesima volta a ripensare al futuro, all’esplosione imminente. Si guarda intorno, vede l’esplosivo intorno alla colonna dell’anticamera, proprio sotto il giradischi, e lo immagina esattamente nel momento prima dell’esplosione, nell’appartamento nudo e spoglio, quando un gran silenzio, rotto al massimo dal rumore dei tarli, regnerà nell’intero palazzo e nella via. Silenzio che precede il rumore più forte e per questo ancora più gravido di potenza e di significato. E immagina di essere lì, sdraiato sul pavimento fresco a guardare gli scaffali e il giradischi e ad aspettare il gran finale, mentre nelle orecchie risuona a memoria un ultimo standard di jazz.

Una macchia da pulire sul selciato

Sei sdraiato supino nel torpore del letto, avvolto nelle morbide spire del tuo caldo piumone. Non ti sei ancora svegliato, o meglio, non del tutto, non ancora, i tuoi sensi si destano lentamente, strappandoti con discrezione ad un sonno di sogni magnifici, o di incubi crudeli. In casa non c’è nessuno, nessun rumore disturba il tuo lento rinvenire al giorno, lento rinascere alla vita di sempre. Soltanto un bucolico cinguettio urbano, per la verità un po’ stonato, arriva in qualche modo alle tue orecchie. In fondo, pensi, così è proprio un bello svegliarsi. All’improvviso un aroma penetrante di caffè nero bollente ti riporta, ancora sotto le coperte, con gli occhi serrati, ai tempi della scuola, quando ti iniziavi a quel rito mattutino, così fondamentale, ora, nella tua vita di uomo. Ed è proprio quel profumo che, mentre in qualche modo ti riscaglia nel dormiveglia dei ricordi, contemporaneamente te ne tira fuori. Ormai devi proprio alzarti, è ora. E sono gli occhi gli ultimi ad aprirsi a quel mondo, che ti assedia con i suoi odori, i suoi rumori. Questi, come se volessero recuperare lo svantaggio accumulato sugli altri sensi in questi pochi secondi di sonnolosa veglia, rapidamente si muovono dal soffitto, per verificare che nulla sia mutato durante la notte, alla finestra, a sbirciare la luce, spinti da una tanto misteriosa quanto radicata curiosità meteorologica basata, poco scientificamente, sull’intensità luminosa dei forellini della tapparella.
A rovinare questo splendido risveglio basterebbe qualche nuvola nei punti chiave del cielo, ma per oggi così non è, il cielo è terso d’azzurro smorto, l’ideale per un giretto al parco.
Fai per aprire la porta, un gesto banale, un automatismo come nella vita ce ne sono tanti, talmente tanti che ormai non ci fai più caso, ma questa volta qualcosa non va, qualcosa manca, la tua mano stringe il vuoto e dove c’era una maniglia non c’è che porta, bianca e liscia come il marmo, senza traccia di alcuna manomissione. Per prima cosa ti salta in mente la risposta più banale, sto sognando, tutto questo non è vero, mi sveglierò sudato ma sarà tutto come prima, nel caldo. Un pensiero che di certo ti tranquillizzerebbe, se non fosse che, ovviamente, così non accade. Non ti svegli affatto, semplicemente perché non è un incubo quello da cui ti vorresti svegliare, è soltanto la realtà, e forse neanche una delle più terribili.
D’istinto corri al telefono, mentre una vampata ti accende le viscere e un sudore acido inizia a bagnarti le ascelle, la schiena, le mani. Il telefono è muto, inerme, così come il tuo cellulare, senza campo. Il computer è un ammasso di sabbia e plastica, privo della scossa elettrica che come un cartiglio sotto la lingua l’aveva sempre animato, esso ora non è nulla.
Ora corri alla finestra, la spalanchi. L’aria fredda ti travolge e un po’ ti calma, ti da respiro. Ti riempi voracemente i polmoni di questo gelo e urli, più forte che puoi, ma nessuno ti sente, o meglio, probabilmente molti ti sentono ma a nessuno importa quello che ti sta succedendo. Se credevi di poter esistere ai loro occhi anche solo per un secondo, ora hai imparato una cosa nuova, prova a ricordartela e ti mancherà un tassello in meno degli infiniti tasselli che compongono il mondo che ti circonda.
Ora non puoi far altro che girarti e chiudere la finestra, ma prima fermati e osserva ciò che si suppone tu abbia ormai imparato a chiamare realtà. Ora che sei fermo, guarda fuori, oltre i vecchi vetri sporchi della grande finestra. Guarda il cielo grigio di una metropoli che potrebbe anche non avere nome talmente è grande e talmente è identica a tutte le altre. Prova a sentirne l’odore, quel tranquillo odore di decadenza, forse riuscirai a coglierne addirittura le sfumature di marcio, sintomo certo di un disfacimento irrimediabile e vicino. Segui con lo sguardo la gente indaffarata che cammina fianco a fianco per le strade, sola come lo sei tu, ma a differenza tua ancora libera, almeno per un po’. Dall’alto sembrano piccoli insetti che ondeggiano. Ti soffermi su quelle crape che ballonzolano e pensi che anche tu sei stato loro, praticamente ogni giorno della tua vita.
Ora la vampata si è trasformata in brivido, stai quasi crollando ma non sei ancora disperato, sono sicuro che l’angoscia non ti ancora invaso, ora sei soltanto triste, in un modo profondo, difficile da capire. Su, siediti sul divano, quel divano logoro, consumato da sere e sere passate tra un libro e la televisione. Certamente penserai a tutto quello che non hai visto, agli amici che non hai conosciuto, alle donne che non hai amato, poi butterai la faccia sui palmi sudati e andrà a finire che un paio di lacrime si mischieranno a quel sudore acido.
Adesso si che sei disperato, ora si che hai capito che nulla ha più senso, che ogni minuto in più in quello stato è agonia, che nessuno potrà mai più sentire la tua voce, ridere con te, che il tuo sguardo non incontrerà mai più lo sguardo dolce, o amaro, di una donna. Chissà se sei riuscito a capire che in fondo tra il nulla della città in cui vivi da sempre e il nulla infinito della morte poco cambierà e che ormai tanto vale toccare l’apice del terrore, perché è anche di queste cose che, alla fine, si vive.
Passi così qualche minuto, tra il panico e la follia. Poi ti passa per la mente che se ti mettessi a scrivere questa storia, l’essere narratore in qualche modo ti potrebbe salvare da quella assurda situazione, lo scrivere di te stesso potrebbe, in un certo senso, relegare quell’esperienza ad una pagina scritta, ad una finzione e, a storia finita, potresti alzarti e continuare a vivere la tua vita. È chiaro e palese che questa non è che l’ultima fantasia di un pazzo, l’ultimo tentativo di un condannato e te ne sei già accorto, questa è la prova di cui avevi bisogno. È questo il momento in cui un pensiero, che già in precedenza ti aveva sfiorato, si ripropone con impeto, decisivamente. Ogni minuto in più in questo stato è agonia.
Decidi di finirla, di compiere quell’unico gesto rimasto a quel tuo misero libero arbitrio. Apri di nuovo la finestra, questa volta l’aria fredda e puzzolente ti fa venire un conato di vomito, ma la velocità con la quale essa ti si fa incontro aumenta esponenzialmente, il terreno si fa sempre più vicino, la puzza sparisce. All’inizio il fiato ti si blocca in gola e una stretta atroce ti stritola lo stomaco. In qualche istante, però, ti ci abitui terribilmente e cominci ad urlare. Ma le tue non sono più grida di aiuto, sono terrore, terrore puro per l’appressarsi della fine, sempre più veloce.
Ora ti resta solamente un attimo di consapevolezza, dopo il quale sarai soltanto una macchia da pulire sul selciato. Se il tempo fosse nelle tue mani e nelle tue possibilità fosse di fermarlo, quasi certamente arriveresti a capire di non essere altro che una delle infinite combinazioni che può assumere una manciata di caratteri, gettata su un foglio di carta che naturalmente, oltre a sopravviverti, ti ha.

21 marzo 2007

L'ultima notte della città di Uncsar

Lo conobbi una sera d’estate, col vento di zeffiro che spirava caldo, dal mare. Era seduto, alla sua maniera, al bancone di un piccolo baretto, in una piccola isola perduta mediterraneo. Non saprei dire quanti anni avesse, la barba, bianchissima e folta, ne avrebbe fatto un centenario, ma i suoi occhi, di un azzurro limpido, sembravano quelli di un ragazzo, intensi e diretti verso il mondo.
Mi raccontò delle storie, non saprei dire se le inventò in quel momento o se facevano parte di quel bagaglio, a volte pesante da trasportare, che ognuno di noi accumula nel breve sogno della sua vita. In ogni caso quelle storie sembravano vivere una effettiva realtà attraverso le parole misurate e precise che la voce suadente del vecchio declamava.
Mi raccontò di una dimora fantastica,a pochi chilometri dalla luna, circondata da altissime mura nere come la pece o blu come l’eterno, non ricordo bene, tempestate di luci stellari ; mi parlò di deserti dove il corpo si perde ma l’anima, quella no, continua a vivere e s’innalza ai livelli massimi della consapevolezza fino a vedere l’ombra degli dei festanti.
Mi raccontò delle sanguinose ed interminabili battaglie titaniche e di dei, stanchi e vecchi che, ebbri di vino, piegarono i monti e squarciarono le pianure alla vana ricerca del senso di quella loro labirintica creazione.
Parlò per ore e le sue parole sembravano ora lampi, nella notte dell’ignoranza, ora goccie di pioggia, che lavano la superbia e mondano l’anima, e le parole si univano in frasi, definitive, dipingendo mondi alteri e incomprensibili per la mia mente. Come i lampi formano l’essenza delle tempeste, le sue frasi si univano ramificandosi in storie terrificanti e sublimi, dolcissime e meravigliose, come quando mi parlò della caduta di Uncsar, ultima dimora degli dei.
Era notte di festa nelle strade di Uncsar, e la sua popolazione immortale festeggiava il ciclo dell’universo, il culmine dell’espansione e il ritorno al tutto.
L’energia festante si materializzava in bolle di fuoco e di fiamme che salivano agli astri come freccie brucianti e uno strano intruglio etilico scorreva copioso nei calici traboccanti degli dei festanti.
I profeti lo avevano predetto, millenni prima, e gli scienziati lo confermarono : sarebbe stata l’ultima sera di Uncsar. All’alba del giorno dopo, qualcuno o qualcosa (questo nessuno poteva saperlo) avrebbe spazzato via per sempre la città immortale ed i suoi abitanti. Tutti erano stati messi al corrente, tutti sapevano, e festeggiavano. Si festeggiava la fine di un’epoca, la fine di tutti loro, ma, contemporaneamente, si festeggiava quello che dopo quel giorno sarebbe continuato, mutando, perché come tutti sapevano bene nella città di Uncsar, quando qualcosa finisce c’è sempre qualcosa che ricomincia dalle sue ceneri. Come una fenice la città di Uncsar correva verso il suo destino, festeggiando.
Era appena calato il sole, per l’ultima volta, su Uncsar, ultima città immortale, e tutti erano in strada, a festeggiare. La festa durò per tutti gli infiniti momenti che separano ogni tramonto dall’alba successiva, fu una festa infinità degna degli dei. Ma quando l’infinita serie dei secondi giunse all’inizio dell’infinita serie successiva, qualcosa cambiò repentinamente. In un tempo incalcolabilmente minimo, anzi in un tempo inesistente tutto mutò, e mentre qualcosa cessava di esistere qualcosa nacque ed iniziò a crescere. Le mura nere o blu di Uncsar caddero sotto il peso del destino per diventare cielo, le case di terra rossa indurita dall’eternità si disgregarono per ricomporsi infinite volte a creare i mondi, e le bolle di fuoco e di fiamme si sparsero per l’universo per accendere le stelle. I volti dei popoli che si chiamavano Dei scomparvero e nessuno li vide mai più, le loro urla, di gioia o di terrore si diffusero a creare i suoni e il loro movimento avrebbe creato i venti che soffiano incessanti per tutto l’universo. Questo fu l’ultimo degli infiniti attimi di Uncsar. Quindi il vecchio prese a descrivere l’istante in cui il tutto, disgregato e multiforme, cambiò, ma usò parole strane e incomprensibili il cui suono terrorizza e non può essere pronunciato e le cui lettere sono affreschi meravigliosi e non possono essere scritte, i suoi occhi si accesero, le mani spinsero l’aria in alto, infine il suo ghigno, non lo scorderò mai, illuminò il mare di una luce irreale, che mai prima di allora avevo visto. Non mi è possibile ripetere le cose che egli disse in quei lunghi istanti, esse sono esprimibili solo attraverso parole inumane, divine.



21 marzo 2004

Una malattia

La malattia lo colse alla giovane età di trentasei anni e, in pochi giorni, se lo portò via. I primi sintomi gli si presentarono in uno dei primi giorni di un novembre piovoso e, se inizialmente erano blandi, pressoché insignificanti, giusto qualche linea di febbre e una leggera sensazione di torpidità, nel giro di qualche giorno appena, quei piccoli segnali di malattia s’ingigantirono, trasformandosi in un peso insopportabile per la sua vita.
Quella mattina si era svegliato alle prime luci dell’alba, il sole autunnale, assediato da nuvole bianche, si infrangeva, inutilmente tiepido, sull’asfalto bagnato. Il silenzio regnava per le strade interrotto sporadicamente da qualche clacson. Fu giusto uno di quei rumori sporadici che lo destò. Si stropicciò gli occhi e guardò l’orologio. Richiuse le palpebre stanche, era fin troppo chiaro che aveva voglia di dormire.
I muri tornarono alberi e il letto ridivenne barca, il pavimento di moquette blu si ritrasformò in fiume e l’uomo ridivenne dio, allo stesso tempo schiavo ed artefice dei suoi sogni.
Come capita a molti al ridestarsi dai sogni, quando riaprì gli occhi, si ritrovò straniero in un presente fin troppo reale, erano passati pochi minuti per il mondo, ma nella sua mente erano trascorsi millenni. Si trovava supino e gli bastò un secondo, giusto un timido tentativo di movimento per capirsi immobile. Tentava di spostare una gamba, un dito, un solo muscolo, ma quelli che erano sempre stati centimetri divennero chilometri. Anche il bicchiere di vetro sporco, immobile da sempre sul comodino, gli sembrava irraggiungibile.
Convinto di vivere in un sogno chiuse di nuovo gli occhi, vincendo o credendo di vincere quell’assurda sensazione di pesantezza. Si vide destarsi, spostare il suo corpo pesante dal letto sfatto, bere dal bicchiere sporco, andare a lavoro. Si vide in una delle tante giornate d’inverno, vissute milioni di volte negli ultimi anni, il suo ufficio ordinato, le pratiche innumerevoli che lo assediavano da una vita, la pausa pranzo, l’unico suo momento libero dalle scartoffie quotidiane. Si vide tornare a casa, a giornata finita, incontrare la vecchia Hilde, comprare del pane, del latte e rincasare. Si vide infine addormentarsi e ricominciare a sognare, tutto era tornato normale, la mattina seguente si sarebbe svegliato e la sua vita avrebbe ripreso a scorrere come sempre.
Il mattino dopo si svegliò stanco, guardando la sveglia. Fece per riaddormentarsi, ma quella mattina la sua coscienza lo destò. Alzandosi la sua ombra non lo segui, ma lui non se ne accorse, gli occhi erano spenti, socchiusi. I passi lenti lo portarono incerti alla doccia.
Andò al lavoro a piedi, la bici era sparita, forse dimenticata, forse spostata da una divinità malvagia o forse mai esistita. Iniziò a camminare e le strade divennero vicoli, l’alba crebbe a giorno, ma quei vicoli, i vicoli di sempre, gli sembravano nuovi ora che li percorreva a piedi, lentamente. Ciò che era solito scorrere veloce, come sfondo ai piccoli particolari che attiravano sporadicamente la sua attenzione, era divenuto fermo, quasi immobile, e così chiaro, così distinto che gli sembrava di vivere con più lucidità. Mai quel labirinto di stradine, di canali, di ponticelli, gli era sembrato così vario, mai aveva notato la bellezza dei palazzi, mai aveva visto così tanti passeri volare specchiandosi nelle calme acque del naviglio.
Qualcosa però era realmente cambiato, il colore del cielo, degli alberi, delle acque aveva guadagnato un nuovo splendore, l’odore dei croissant appena sfornati, dei camini ancora caldi dalla notte passata, persino quel terribile odore inquinato, tipico delle mattine invernali erano cambiati, ma non erano semplicemente diversi, erano decisamente altri.
Si ritrovò al lavoro, salutò i colleghi quasi senza riconoscerli, i tratti dei loro volti, che gli erano sempre sembrati così familiari, ora erano in qualche modo confusi, quasi fossero ricordi slavati. Si rese conto che il mondo che lo circondava non era la solita realtà. Colori innaturali e brillanti si sostituivano alle solite sensazioni opache ma, quello che lo spaventò più profondamente, fu la consapevolezza che qualcosa di più profondo era successo, qualcosa di incomprensibile aveva travolto il suo mondo. La realtà si mischiava alla fantasia in un vortice vertiginoso di simulacri e impressioni, meravigliose e crudeli, ma questo lui non poteva o non voleva ancora comprenderlo.


Marzo 2004