21 maggio 2007

Il Cinquetre

A questo secol morto, al quale incombe
tanta nebbia di tedio.
POEMA GOLIARDICO, 1820


L’alba è passata da poco, il sole dovrebbe essere già sorto sull’asfalto bagnato, graffiato dai tentacoli umidi dei camion dell’AMSA. Ma oggi su tutto la greve caligine di novembre grava, domina incontrastata la città. La strada è deserta, o così pare, ed è muta, attutito ogni rumore, tutto è inghiottito dal marbianco. Soltanto le due cifre tremolanti dell’autobus Cinquetrè sberluccicano, rosse di neon, rifratte casualmente dalle incontabili goccioline della nebbia, mentre l’autobus è fermo. È un’immobile balena stravolta, stordita sull’arena.
In quell’oceano, bianco da accecare, arriva tagliando la coltre burrosa, con la calma assonata delle notti insonni, il primo pendolare, imbaccucato in lana pesante, il passo tardo e lento non aggiunge rumore al silenzio. Sepolto da tutto quel biancore tenta di scacciare la paura di sparire inghiottito dalla bruma, così bianca da stordire. Vorrebbe tentare di intaccare, di tagliare con lo sguardo le pareti di quel muro inconsistente ma inscalfibile. Bah, forse per pigrizia, forse per mancanza di spirito d’azione, desiste ancor prima di provare. L’abbraccio posticcio della nebbia gli ha placato ogni fretta certamente, congelato ogni ardore.
Poco dopo arriva il secondo, abbracciato alla terza, marito e moglie aggrappati l’un l’altra, si difendono come possono dall’umido dei nembi, dal gelo nelle ossa, e lo fanno barcollando, tra un dormiveglia e un sogno di calura, un bisogno irrinunciabile di afa e di vacanze.
E la luce avanza, anche se ancora non si può chiamare giorno, ma a saperla descrivere ad avere le parole, sarebbe bianca da accecare, balenante, scomposta e ricomposta dalla nebbia in timidi fulgori. Di certo comunque si può dire essere già molto diversa dal bagliore impacciato di pochi istanti prima. È il giorno nuovo che si approssima, che timorosamente impara a camminare, come sempre.
Intanto arriva il quarto, un giovane impiegato, stazza misera, canuto, incomincia a borbottare, insolente non pazienta, neppure per un attimo, reclama, protesta del ritardo, ordisce lagnele fastidiose, cerca un sostegno tra i presenti con lo sguardo. Gli occhi assopiti intorno a lui lo fissano stizziti, nel suo dannarsi l’anima al lamento, ma quello, impertinente, continua le lagnanze. Ma ancora non attacca, il sonno non fa sconti, almeno per un pò.
Passano i minuti come secoli monotoni e monocromi, un contromedioevo bianco, fulgente di foschia. Il Cinquetrè non accenna a partire, non un movimento, nessuno scoppiettio né un rumore dal grande ventre grigio del motore, nessuno può esser certo nemmeno che esista il guidatore, anche se qualcuno giurerebbe di averne sentito dietro ai vetri il ronfare aritmico e nervoso.
E arrivano anche gli altri da tutta la pianura, pendolari fradici e già stracchi da affondarsi nel letto ancor prima di iniziare a lavorare. E con loro, nella nebbia ancora bassa e fitta da tagliarsi, inizia a diffondersi un rumore, prima flebile, un vocìo, poi i borbottii si fanno più massicci, non si intendono le parole. Poi si unifica in brusio, cumulo di voci sottovoce, che s’infiltrano dovunque come un liquido, come la nebbia che le avvolge. Sono i pendolari, s’iniziano a svegliare, protestano tutti insieme: più passa il tempo più prendono coraggio, senza dubbio, e iniziano a gridare le offese più maligne, disumane, a quel povero diavolo d’autista. Invero il suo volto è ignoto a quella folla, visto che è celato dal bianco lenzuolo della bruma, mentre all’insaputa di gran parte dei presenti, stravaccato sul sedile, dorme di gran gusto come un gatto.
Ma basta qualche attimo, il brusio diventa grido ed è bomba a mano: sfascia, stravolge e sconvolge il silenzio umido. Un altro attimo, ed ecco un vocione che si staglia dal magma multiforme delle urla, nel marbianco della nebbia:
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Grida ansando, grufolando. Ma è solo la miccia, altre sono le molteplici esplosioni. E infatti ecco un’altra voce che s’inerpica e fende la nebbia, quasi rotta, stonata dalla rabbia:

Un altro dei presenti lo imita, ma rincara la dose, esplode una bestemmia rabbiosa e articolata, sputata a denti stretti:

E poi altri che picchiano sui vetri:
<>
Intanto, d’improvviso, un secondo dopo l’altro la nebbia arretra, lentamente ma inesorabilmente. E tornano a vedersi dei colori, prima soffocati dalla nebbia. Il Cinquetrè smette i panni della balena esanime, ritorna autobus. La strada di nuovo torna strada, le case tornan case, per ultimi, infine, sono i volti a tornare volti.
Pian piano, tra i presenti si diffonde un senso di liberazione, nell’attimo di pace le espressioni con fatica si associano alle voci, gli improperi ai padroni, le bestemmie agli artefici. Quand’ecco che iniziano a spannarsi i vetri del veicolo, senza fretta, a chiazze che si allargano e riprendono centimetri all’opaco, la nitidezza si fa avanti, in un minuto è in ogni parte.
Finalmente si vede la faccia dell’autista, del dormiente, un sorriso da pubblicità di dentifiricio gli alberga in viso, ma gli occhi son di fuoco, si è svegliato, tutti quegli insulti l’han ferito, unica sua colpa l’essersi sopito, cullato dal candore. Lui, unico lavoratore in atto tra petulanti lavoratori in potenza, in quel momento, chissà che gli passa nel cervello, scende dall’autobus, tiene fissi quegli occhi diabolici, gl’iridi impazziti, le pupille come spilli, migliaia di piccole venuzze gli irrorano la sclera. E giù con balzo da pantera, piegando le ginocchia leggermente s’inarcha sulla schiena. Tutti i presenti timorosi, allargano un cerchio di paura, nel centro spaccato, in mezzo a quelle bocche spalancate, emette un urlo luponario. Quindi serra gli occhi, e ghignando bestialmente, il braccio inizia a roteare, roteare, continua a roteare e infine schiude il pugno. Il povero mazzo di chiavi, sospinto da una forza sovrumana, sale oltre le nubi.
E salgono, salgono sempre più in alto, brilleggiano di luce, scintillano in mille baleni da sorprendersi. Salgono, salgono, sembra quasi all’infinito, ormai sono un minuscolo puntino. Salgono, salgono, fino all’apice del lancio, chissà quanto in alto. Quindi si fermano, si godono la brezza, scintillano ancora più forte e si riempiono d’altezza, del senso di vertigine. Quindi cominciano a cadere, a rovinare, precipitando sempre più veloci.
Dal punto di vista delle chiavi diciamo che si vedrebbe una chiazza, una piccola macchia giù da basso che pian piano si espande, diventa folla, gente che a bocca aperta aspetta ancora loro, le chiavi. Si vedrebbero anche i visi che deformano, irriconoscibili, devastati da livori incomprensibili, che si sguardano in cagnesco, che sbavano, e che intanto si fanno sempre più grandi più vicini, talmente veloci da renderli impossibili. Poi GLOMM GLUNP GLORT …di colpo tutto si fa nero, silente. È il nero del silenzio, in realtà leggermente borbottante, dello stomaco d’autista che le ha inghiottite per dispetto e per l’astio dei presenti. A veder la cosa dall’esterno non possiamo sapere se là dentro, in quelle viscere, risuonano i colpi, le grida della folla attuttite dalla carne, e gli strappi, e gli sputi, e gli schiaffi, e le urla di dolore dell’autista, lancinanti, linciato dalla folla, l’ultimo dei martiri alienati, di un mondo che non ha più senso, un mondo che li costringe a uccidersi tra loro.

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