21 maggio 2007

Un ultimo standard di jazz

La musica, gli stati di felicità, la mitologia, i volti scolpiti dal tempo,
certi crepuscoli e certi luoghi vogliono dirci qualcosa, o dissero
qualcosa che non avremmo dovuto perdere, o stanno per dire qualcosa;
quest’imminenza di una rivelazione, che non si produce, è, forse, il fatto estetico.

j. l. b.

Il vecchio professore è affacciato al balcone dove ha sempre vissuto. guarda la strada, naturalmente, invasa e scaldata da un tiepido tramonto di primavera inoltrata. Sa che questa è l’ultima volta che può sporgersi dal quel balcone, l’ultima volta che può vedere i palazzi di vetro, in fondo alla via, farsi rossi, infiammati.
Due mesi sono trascorsi dall’ordine di demolizione e di conseguente evacuazione del palazzo. Le cariche di esplosivo sono già state accatastate intorno alle colonne di cemento armato che da sempre reggono quelle mura. Il vecchio però, ancora non sa che fare. Si trova inequivocabilmente ad un bivio, uno snodo decisivo della sua vita. Il vecchio, però, ancora non ha deciso che fare. Il suo cuore vacilla tra le uniche due scelte che la sua mente contempla. La prima è una scelta complessa, perché ne porta dietro tante altre: è andarsene, accettare il cambiamento e affrontarlo, continuando a fare altre scelte, continuando a vivere. La seconda, invece, si conclude in se stessa, nel suo inesorabile compiersi ed è per questo, in qualche modo, più semplice: è aspettare, crollare col palazzo, implodere con lui nell’oblio. Quale sia tra le due la più drammatica, la più dolorosa agli occhi di un uomo con buona parte della vita alle spalle, non è semplice a decidersi e forse neppure ci riguarda. Ci basta sapere che questo è senz’altro uno dei momenti più intensi della sua vita. Proprio questo, che ci sta passando sotto gli occhi, tra le righe, è il momento in cui deciderà, sceglierà se morire o continuare a vivere in un mondo che lo ha superato e che lo ritiene superfluo.
Il vecchio guarda ancora verso i palazzi, ora un po’ meno infuocati, di un rosso più cupo, più straziante e continua a pensare. Forse pensa a quanto sia strano che questo tramonto, questa semplice e reiterata figura dell’eterno e infinito ritorno, contribuisca inequivocabilmente alla sua tristezza e, nello stesso tempo, con la stessa fermezza, alla sua tranquillità, a quella sicurezza, alla costruzione di quella consapevolezza della propria fine che è forse il vero scopo della vita di un uomo. Mentre le associazioni di immagini, pensieri e parole gli si ammucchiano rapidamente nella mente, sempre più fitti riaffiorano antichi e meno antichi ricordi che come lenti barconi risalgono a fatica le rapide correnti del tempo. Alcuni di questi ricordi sono legati alla casa, fedele compagna di strada da una vita e da lei traggono forza, materializzandosi.
Guardando la libreria in sala, per esempio, colma dei libri che hanno animato i suoi sogni di studente e che lo hanno esaltato, abbattuto, e alla fine cresciuto, gli viene in mente quando era bambino e passava i pomeriggi a giocare a calcio sotto quella libreria, quando ancora non sapeva leggere, quando per lui quell’ammasso di libri, pane della sua immaginazione futura, era solo un muro irregolare su cui far rimbalzare la palla di spugna, quando ancora non immaginava che dentro quei piccoli scrigni esistessero altri mondi, altre vite.
La libreria è sempre stata il centro nevralgico della casa, come la letteratura della sua vita. Da quelle assi di legno possente, metafora fin troppo facile di quel sapere per lui così necessario, è partito il vecchio, quando vecchio non era, a scoprire il mondo ed i suoi ingranaggi. È lì, tra quei libri, che ha imparato i rudimenti del mestiere di vivere ed ora, dovendo abbandonare tutti quei personaggi, quei compagni di vita, si sente sopraffatto dalla solitudine. È per questo che ora si sente così lontano dal suo mondo, dai vecchi amici, vivi solo nel suo ricordo, dalle amanti avvizzite nella carne come nella memoria, da un mondo che è polvere, ormai.
Ora, guardando giù, lungo la strada, è come se li vedesse marciare tutti quei personaggi, quei volti sbiaditi ed è come se li vedesse tutti insieme per l’ultima volta, mentre anche loro si dirigono al tramonto, verso il sole infuocato che ora è ancora più vicino al lontano orizzonte. Mentre li guarda andarsene, per la prima volta nella sua vita, prega. Prega che per nessuno di quei personaggi, di quei volti di amico, di quelle donne sia arrivato il tempo della fine, la fine vera intendo, che altri chiamano oblio. Prega di non essere, per nessuno di loro, l’ultima tappa del tempo, l’ultimo a serbarne il ricordo, prima della necessaria estinzione dalla memoria, perché se così fosse anche solo per una di quelle facce, il peso della morte diverrebbe per lui insopportabile.
Nel frattempo però il tempo procede, mentre questi pensieri e ricordi assediano il vecchio e il sole è sparito, dietro la casa all’angolo. Di riflesso egli si ritrova a pensare che sia tornato ad infiammare altre case, altre strade, altri vecchi e, inevitabilmente, che sta scaldando per l’ultima volta la sua di casa, se non forse anche lui, che intanto s’infiamma pensando e viaggiando nel tempo.
La casa infatti trabocca di foto sui muri, alcune grandi come poster, altre piccole come francobolli, appiccicate un po’ ovunque provano a resistere al tempo, come se una faccia giovane in una foto ingiallita, visibilmente vecchia possa allietare la vita di chi quella faccia è stato, di chi in quell’immagine per un momento ha vissuto.
Le foto del quartiere, poi, parlano ancora più tristi del passato lontano, foto di palazzi che sono stati e non sono più, che hanno già concluso il loro ciclo vitale, palazzi che si sono già portati dietro i loro padroni all’oblio. Il vecchio, che ancora non sa cosa fare, guarda e riguarda gli stessi angoli, gli stessi oggetti, continua a pensare a quella decisione, come se qualcosa potesse ancora cambiare nella sua vita. La vista di quelle vecchie foto lo ha riportato per l’ennesima volta a ripensare al futuro, all’esplosione imminente. Si guarda intorno, vede l’esplosivo intorno alla colonna dell’anticamera, proprio sotto il giradischi, e lo immagina esattamente nel momento prima dell’esplosione, nell’appartamento nudo e spoglio, quando un gran silenzio, rotto al massimo dal rumore dei tarli, regnerà nell’intero palazzo e nella via. Silenzio che precede il rumore più forte e per questo ancora più gravido di potenza e di significato. E immagina di essere lì, sdraiato sul pavimento fresco a guardare gli scaffali e il giradischi e ad aspettare il gran finale, mentre nelle orecchie risuona a memoria un ultimo standard di jazz.

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