Sei sdraiato supino nel torpore del letto, avvolto nelle morbide spire del tuo caldo piumone. Non ti sei ancora svegliato, o meglio, non del tutto, non ancora, i tuoi sensi si destano lentamente, strappandoti con discrezione ad un sonno di sogni magnifici, o di incubi crudeli. In casa non c’è nessuno, nessun rumore disturba il tuo lento rinvenire al giorno, lento rinascere alla vita di sempre. Soltanto un bucolico cinguettio urbano, per la verità un po’ stonato, arriva in qualche modo alle tue orecchie. In fondo, pensi, così è proprio un bello svegliarsi. All’improvviso un aroma penetrante di caffè nero bollente ti riporta, ancora sotto le coperte, con gli occhi serrati, ai tempi della scuola, quando ti iniziavi a quel rito mattutino, così fondamentale, ora, nella tua vita di uomo. Ed è proprio quel profumo che, mentre in qualche modo ti riscaglia nel dormiveglia dei ricordi, contemporaneamente te ne tira fuori. Ormai devi proprio alzarti, è ora. E sono gli occhi gli ultimi ad aprirsi a quel mondo, che ti assedia con i suoi odori, i suoi rumori. Questi, come se volessero recuperare lo svantaggio accumulato sugli altri sensi in questi pochi secondi di sonnolosa veglia, rapidamente si muovono dal soffitto, per verificare che nulla sia mutato durante la notte, alla finestra, a sbirciare la luce, spinti da una tanto misteriosa quanto radicata curiosità meteorologica basata, poco scientificamente, sull’intensità luminosa dei forellini della tapparella.
A rovinare questo splendido risveglio basterebbe qualche nuvola nei punti chiave del cielo, ma per oggi così non è, il cielo è terso d’azzurro smorto, l’ideale per un giretto al parco.
Fai per aprire la porta, un gesto banale, un automatismo come nella vita ce ne sono tanti, talmente tanti che ormai non ci fai più caso, ma questa volta qualcosa non va, qualcosa manca, la tua mano stringe il vuoto e dove c’era una maniglia non c’è che porta, bianca e liscia come il marmo, senza traccia di alcuna manomissione. Per prima cosa ti salta in mente la risposta più banale, sto sognando, tutto questo non è vero, mi sveglierò sudato ma sarà tutto come prima, nel caldo. Un pensiero che di certo ti tranquillizzerebbe, se non fosse che, ovviamente, così non accade. Non ti svegli affatto, semplicemente perché non è un incubo quello da cui ti vorresti svegliare, è soltanto la realtà, e forse neanche una delle più terribili.
D’istinto corri al telefono, mentre una vampata ti accende le viscere e un sudore acido inizia a bagnarti le ascelle, la schiena, le mani. Il telefono è muto, inerme, così come il tuo cellulare, senza campo. Il computer è un ammasso di sabbia e plastica, privo della scossa elettrica che come un cartiglio sotto la lingua l’aveva sempre animato, esso ora non è nulla.
Ora corri alla finestra, la spalanchi. L’aria fredda ti travolge e un po’ ti calma, ti da respiro. Ti riempi voracemente i polmoni di questo gelo e urli, più forte che puoi, ma nessuno ti sente, o meglio, probabilmente molti ti sentono ma a nessuno importa quello che ti sta succedendo. Se credevi di poter esistere ai loro occhi anche solo per un secondo, ora hai imparato una cosa nuova, prova a ricordartela e ti mancherà un tassello in meno degli infiniti tasselli che compongono il mondo che ti circonda.
Ora non puoi far altro che girarti e chiudere la finestra, ma prima fermati e osserva ciò che si suppone tu abbia ormai imparato a chiamare realtà. Ora che sei fermo, guarda fuori, oltre i vecchi vetri sporchi della grande finestra. Guarda il cielo grigio di una metropoli che potrebbe anche non avere nome talmente è grande e talmente è identica a tutte le altre. Prova a sentirne l’odore, quel tranquillo odore di decadenza, forse riuscirai a coglierne addirittura le sfumature di marcio, sintomo certo di un disfacimento irrimediabile e vicino. Segui con lo sguardo la gente indaffarata che cammina fianco a fianco per le strade, sola come lo sei tu, ma a differenza tua ancora libera, almeno per un po’. Dall’alto sembrano piccoli insetti che ondeggiano. Ti soffermi su quelle crape che ballonzolano e pensi che anche tu sei stato loro, praticamente ogni giorno della tua vita.
Ora la vampata si è trasformata in brivido, stai quasi crollando ma non sei ancora disperato, sono sicuro che l’angoscia non ti ancora invaso, ora sei soltanto triste, in un modo profondo, difficile da capire. Su, siediti sul divano, quel divano logoro, consumato da sere e sere passate tra un libro e la televisione. Certamente penserai a tutto quello che non hai visto, agli amici che non hai conosciuto, alle donne che non hai amato, poi butterai la faccia sui palmi sudati e andrà a finire che un paio di lacrime si mischieranno a quel sudore acido.
Adesso si che sei disperato, ora si che hai capito che nulla ha più senso, che ogni minuto in più in quello stato è agonia, che nessuno potrà mai più sentire la tua voce, ridere con te, che il tuo sguardo non incontrerà mai più lo sguardo dolce, o amaro, di una donna. Chissà se sei riuscito a capire che in fondo tra il nulla della città in cui vivi da sempre e il nulla infinito della morte poco cambierà e che ormai tanto vale toccare l’apice del terrore, perché è anche di queste cose che, alla fine, si vive.
Passi così qualche minuto, tra il panico e la follia. Poi ti passa per la mente che se ti mettessi a scrivere questa storia, l’essere narratore in qualche modo ti potrebbe salvare da quella assurda situazione, lo scrivere di te stesso potrebbe, in un certo senso, relegare quell’esperienza ad una pagina scritta, ad una finzione e, a storia finita, potresti alzarti e continuare a vivere la tua vita. È chiaro e palese che questa non è che l’ultima fantasia di un pazzo, l’ultimo tentativo di un condannato e te ne sei già accorto, questa è la prova di cui avevi bisogno. È questo il momento in cui un pensiero, che già in precedenza ti aveva sfiorato, si ripropone con impeto, decisivamente. Ogni minuto in più in questo stato è agonia.
Decidi di finirla, di compiere quell’unico gesto rimasto a quel tuo misero libero arbitrio. Apri di nuovo la finestra, questa volta l’aria fredda e puzzolente ti fa venire un conato di vomito, ma la velocità con la quale essa ti si fa incontro aumenta esponenzialmente, il terreno si fa sempre più vicino, la puzza sparisce. All’inizio il fiato ti si blocca in gola e una stretta atroce ti stritola lo stomaco. In qualche istante, però, ti ci abitui terribilmente e cominci ad urlare. Ma le tue non sono più grida di aiuto, sono terrore, terrore puro per l’appressarsi della fine, sempre più veloce.
Ora ti resta solamente un attimo di consapevolezza, dopo il quale sarai soltanto una macchia da pulire sul selciato. Se il tempo fosse nelle tue mani e nelle tue possibilità fosse di fermarlo, quasi certamente arriveresti a capire di non essere altro che una delle infinite combinazioni che può assumere una manciata di caratteri, gettata su un foglio di carta che naturalmente, oltre a sopravviverti, ti ha.
A rovinare questo splendido risveglio basterebbe qualche nuvola nei punti chiave del cielo, ma per oggi così non è, il cielo è terso d’azzurro smorto, l’ideale per un giretto al parco.
Fai per aprire la porta, un gesto banale, un automatismo come nella vita ce ne sono tanti, talmente tanti che ormai non ci fai più caso, ma questa volta qualcosa non va, qualcosa manca, la tua mano stringe il vuoto e dove c’era una maniglia non c’è che porta, bianca e liscia come il marmo, senza traccia di alcuna manomissione. Per prima cosa ti salta in mente la risposta più banale, sto sognando, tutto questo non è vero, mi sveglierò sudato ma sarà tutto come prima, nel caldo. Un pensiero che di certo ti tranquillizzerebbe, se non fosse che, ovviamente, così non accade. Non ti svegli affatto, semplicemente perché non è un incubo quello da cui ti vorresti svegliare, è soltanto la realtà, e forse neanche una delle più terribili.
D’istinto corri al telefono, mentre una vampata ti accende le viscere e un sudore acido inizia a bagnarti le ascelle, la schiena, le mani. Il telefono è muto, inerme, così come il tuo cellulare, senza campo. Il computer è un ammasso di sabbia e plastica, privo della scossa elettrica che come un cartiglio sotto la lingua l’aveva sempre animato, esso ora non è nulla.
Ora corri alla finestra, la spalanchi. L’aria fredda ti travolge e un po’ ti calma, ti da respiro. Ti riempi voracemente i polmoni di questo gelo e urli, più forte che puoi, ma nessuno ti sente, o meglio, probabilmente molti ti sentono ma a nessuno importa quello che ti sta succedendo. Se credevi di poter esistere ai loro occhi anche solo per un secondo, ora hai imparato una cosa nuova, prova a ricordartela e ti mancherà un tassello in meno degli infiniti tasselli che compongono il mondo che ti circonda.
Ora non puoi far altro che girarti e chiudere la finestra, ma prima fermati e osserva ciò che si suppone tu abbia ormai imparato a chiamare realtà. Ora che sei fermo, guarda fuori, oltre i vecchi vetri sporchi della grande finestra. Guarda il cielo grigio di una metropoli che potrebbe anche non avere nome talmente è grande e talmente è identica a tutte le altre. Prova a sentirne l’odore, quel tranquillo odore di decadenza, forse riuscirai a coglierne addirittura le sfumature di marcio, sintomo certo di un disfacimento irrimediabile e vicino. Segui con lo sguardo la gente indaffarata che cammina fianco a fianco per le strade, sola come lo sei tu, ma a differenza tua ancora libera, almeno per un po’. Dall’alto sembrano piccoli insetti che ondeggiano. Ti soffermi su quelle crape che ballonzolano e pensi che anche tu sei stato loro, praticamente ogni giorno della tua vita.
Ora la vampata si è trasformata in brivido, stai quasi crollando ma non sei ancora disperato, sono sicuro che l’angoscia non ti ancora invaso, ora sei soltanto triste, in un modo profondo, difficile da capire. Su, siediti sul divano, quel divano logoro, consumato da sere e sere passate tra un libro e la televisione. Certamente penserai a tutto quello che non hai visto, agli amici che non hai conosciuto, alle donne che non hai amato, poi butterai la faccia sui palmi sudati e andrà a finire che un paio di lacrime si mischieranno a quel sudore acido.
Adesso si che sei disperato, ora si che hai capito che nulla ha più senso, che ogni minuto in più in quello stato è agonia, che nessuno potrà mai più sentire la tua voce, ridere con te, che il tuo sguardo non incontrerà mai più lo sguardo dolce, o amaro, di una donna. Chissà se sei riuscito a capire che in fondo tra il nulla della città in cui vivi da sempre e il nulla infinito della morte poco cambierà e che ormai tanto vale toccare l’apice del terrore, perché è anche di queste cose che, alla fine, si vive.
Passi così qualche minuto, tra il panico e la follia. Poi ti passa per la mente che se ti mettessi a scrivere questa storia, l’essere narratore in qualche modo ti potrebbe salvare da quella assurda situazione, lo scrivere di te stesso potrebbe, in un certo senso, relegare quell’esperienza ad una pagina scritta, ad una finzione e, a storia finita, potresti alzarti e continuare a vivere la tua vita. È chiaro e palese che questa non è che l’ultima fantasia di un pazzo, l’ultimo tentativo di un condannato e te ne sei già accorto, questa è la prova di cui avevi bisogno. È questo il momento in cui un pensiero, che già in precedenza ti aveva sfiorato, si ripropone con impeto, decisivamente. Ogni minuto in più in questo stato è agonia.
Decidi di finirla, di compiere quell’unico gesto rimasto a quel tuo misero libero arbitrio. Apri di nuovo la finestra, questa volta l’aria fredda e puzzolente ti fa venire un conato di vomito, ma la velocità con la quale essa ti si fa incontro aumenta esponenzialmente, il terreno si fa sempre più vicino, la puzza sparisce. All’inizio il fiato ti si blocca in gola e una stretta atroce ti stritola lo stomaco. In qualche istante, però, ti ci abitui terribilmente e cominci ad urlare. Ma le tue non sono più grida di aiuto, sono terrore, terrore puro per l’appressarsi della fine, sempre più veloce.
Ora ti resta solamente un attimo di consapevolezza, dopo il quale sarai soltanto una macchia da pulire sul selciato. Se il tempo fosse nelle tue mani e nelle tue possibilità fosse di fermarlo, quasi certamente arriveresti a capire di non essere altro che una delle infinite combinazioni che può assumere una manciata di caratteri, gettata su un foglio di carta che naturalmente, oltre a sopravviverti, ti ha.
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