Trovo che "I Barbari" di Alessandro Baricco sia un libro disonesto, un’occasione persa, per il lettore, s'intende. Prima di tutto perché il lettore non è affatto l'interlocutore privilegiato a cui l’autore si rivolge. Dietro la pubblicazione de I Barbari, prima a puntate su “la Repubblica”, poi stampato dalla Fandango, non sembra esserci affatto un interesse comunicativo, se non fittizio, perchè Baricco del suo baudeleriano son semblable non si interessa affatto, l’hypocrite lecteur non è mai stato così lontano dall'essere son frére. Mi rendo conto, è chiaro, sia che della pesantezza dell’accusa, sia che il gioco si fa molto delicato quando al centro del campo c’è Alessandro Baricco; è per questo che cercherò nelle righe che seguiranno di fornire delle solide argomentazioni.
Prima di tutto è l’argomento a sembrarmi illegittimo, Baricco, infatti, cavalca a spron battutto un cavallo imbizzarrito, la "fine di un'epoca", una voce che riecheggia da tempo, l’arrivo dei barbari.
La presunta invasione barbarica è una percezione collettiva realmente diffusa, ma tutt'altro che reale, è bensì costruita nella nostra immaginazione e nella nostra percezione dall'industria sociale, culturale e politica, e continuamente alimentata (a regola d’arte non c’è che dire) attraverso il sapiente utilizzo dei mezzi di informazione. Di questi tempi non sta iniziando nessuna epoca barbarica, la barbarie è tra noi da un bel pezzo, almeno dall'avvento della società dei consumi, dell'industrializzazione culturale; l’epoca della riproducibilità tecnica e industriale dell’arte è iniziata da quasi un secolo. Che poi questa rivoluzione culturale si sia in questi anni inasprita, accelerata, che stia percorrendo curve logaritmiche di crescita può essere vero, credo che lo sia, ma sostenere che l’invasione sia firmata Google, e più in generale dalle nuove tecnologie digitali, è una mistificazione. Quello che stiamo vivendo in questi anni non è che l’inevitabile evoluzione del mondo neocapitalistico avanzato, mondo che di certo non nasce oggi, e neppure con l’invenzione di Google, ma piuttosto con con la trasformazione del pubblico in massa, con la formazione delle grandi concentrazioni economico-editoriali, almeno per quanto riguarda il mondo culturale e letterario, che è il nostro villaggio e quello di Baricco. Queste nuove tecnologie, le branchie di Google, lungi dall’essere il grosso dell’esercito barbaro, ancor di meno ne sono l’avanguardia. Anzi, c’è il rischio che siano proprio questi nuovi mezzi di comunicazione, questi nuovi supporti, la chiave per uscire da questa degenerazione dell’arte, da questa palude puzzolente, ma questo è un discorso che porta lontano, realmente, e che prima o poi bisognerà affrontare seriamente.
Nel 1960 Franco Fortini in un saggio intitolato Verifica dei poteri diceva: I luoghi dell’opinione e del gusto letterario sono stati sorpresi nel giro di pochi anni dall’insorgere ed estendersi di forme per noi nuove di industria della cultura che hanno mutato aspetto e funzione ai tradizionali organi di mediazione fra scrittori e pubblico, come l’editoria, le librerie, i giornali, le riviste, i gruppi politici e d’opinione. Ripeto la data: 1960. Baricco nel 2006 prova a spiegare lo stesso fenomeno, quasi cinquantanni dopo, dichiarandone l’urgenza e l’attualità. Nello stesso tempo, però, Baricco, che fa parte del mondo barbaro che descrive, mimetizzando sotto il velo di una pretesa ingenuità un gran sorrisone, finge di voler cercare di capire, il che, oltre ad essere disonesto, è pazzesco se si pensa che probabilmente egli ne è la manifestazione a livello letterario, fino ad oggi, in Italia, più brillante e riuscita. Ed emerge evidente dal suo stile e dall’accento della sua voce, da quel suo fare ammicante la cui migliore descrizione è, paradossalmente, nelle sue stesse parole. Quando descrive il vino hollywoodiano, esemplificazione del tipicamente barbaro, tratteggia una vera e propria metafora del suo scrivere:
“Ecco alcune delle sue caratteristiche: colore bellissimo, gradazione abbastanza spinta, gusto rotondo, molto semplice, senza spigoli; al primo sorso c’è già tutto; dà una sensazione di ricchezza immediata, di pienezza di gusto e profumo; quando l’hai bevuto la scia dura poco, gli effetti si spengono; interferisce poco con il cibo, ed è pienamente apprezzabile anche solo risvegliando le papille gustative con qualche stupido snack da bar; è fatto con uve che si possono coltivare ovunque.”
Fuori di metafora il discorso mi sembra veramente aderente a quello che è l’autore Baricco, il suo stile, la sua inconfondibile voce.
Il discorso di Baricco è mal calibrato, porta il lettore a farsi un’idea distorta di quello che gli sta realmente accadendo intorno. Perché se è sicuramente utile l’innescarsi di un serio dibattito sulla trasformazione del mondo che ci circonda, sul ruolo che in questa trasformazione hanno le innovazioni tecnologiche, sulla potenziale velocizzazione della diffusione dei saperi, sul cambiamento del significato di letterarietà, è inutile e disonesto, nel farlo, puntare su temi fuorvianti, che non portano da nessuna parte o dalla parte sbagliata, vicoli ciechi, deviazioni inutili.
È ora di smetterla di perdere tempo in queste scaramuccie di retroguardia, è ora di affrontare i temi veramente fondamentali in grado di rivoluzionare sul serio il mondo editoriale e culturale, temi sui quali si gioca il futuro della nostra traballante cultura italiana e che si affacciano, questi sì per la prima volta, sul campo da gioco, per restare nel nostro villaggio, dell’editoria e della letteratura: il tema della condivisione libera dei saperi resa possibile dalle nuove tecnologie, la battaglia contro l’assurdo statuto attuale del copyright, diventato ormai uno dei maggiori impedimenti alla diffusione delle conoscenze, la battaglia per una informazione non viziata dagli interessi economici, quella contro l’aziendalizzazione e la precarizzazione del mondo culturale (dai giornali, alle case editrici, fin anche alle università), la battaglia per una alfabetizzazione culturale finalmente reale, per una diffusione effettiva delle potenzialità tecnologiche, per un funzionamento meritocratico della società culturale italiana, dell’università in primis. Queste però, e bisogna dirlo, prenderne atto (e fare qualcosa), sono piuttosto le nostre battaglie, non quelle di Baricco, che oltre tutto nel frattempo si rende protagonista di azioni di disturbo. Prima fra tutti il duello con Giulio Ferroni svoltosi questa estate sulle pagine dello stesso quotidiano che ha pubblicato I Barbari, grazie al quale Baricco, proprio mentre in pagine limitrofe cercava di capire come essi combattevano e come si muovevano, ha dato una colossale e barbara spallata al mondo della critica letteraria, scardinandolo definitivamente (forse finalmente?), dimostrandone la ormai esclusiva funzione pubblicitaria e mostrando come l’asservimento del critico agli interessi della classe dominante, non sia più soltanto esplicito, ma anche subdolamente implicito alla pratica critica.
Chioso e concludo (e ammicco al Conte): il mio attacco acceso a Baricco non è mosso da rancore personale o da un odio inveterato e pregiudiziale, da letterato, contro chi vende tanto, lo dico sinceramente, è piuttosto mosso dall’insofferenza, spero comune a molti della mia generazione e non solo, nel vedere coloro che avrebbero la possibilità mediatica di smuovere la mentalità collettiva dalla ritrosia e dalla cecità nella quale versa (non solo nel piccolo e relativamente poco importante campo della letteratura), continuare a reiterare formule e discorsi di comodo, inutili e vuoti, sprecare ogni volta l’occasione di dimostrarsi intelligenti.
Prima di tutto è l’argomento a sembrarmi illegittimo, Baricco, infatti, cavalca a spron battutto un cavallo imbizzarrito, la "fine di un'epoca", una voce che riecheggia da tempo, l’arrivo dei barbari.
La presunta invasione barbarica è una percezione collettiva realmente diffusa, ma tutt'altro che reale, è bensì costruita nella nostra immaginazione e nella nostra percezione dall'industria sociale, culturale e politica, e continuamente alimentata (a regola d’arte non c’è che dire) attraverso il sapiente utilizzo dei mezzi di informazione. Di questi tempi non sta iniziando nessuna epoca barbarica, la barbarie è tra noi da un bel pezzo, almeno dall'avvento della società dei consumi, dell'industrializzazione culturale; l’epoca della riproducibilità tecnica e industriale dell’arte è iniziata da quasi un secolo. Che poi questa rivoluzione culturale si sia in questi anni inasprita, accelerata, che stia percorrendo curve logaritmiche di crescita può essere vero, credo che lo sia, ma sostenere che l’invasione sia firmata Google, e più in generale dalle nuove tecnologie digitali, è una mistificazione. Quello che stiamo vivendo in questi anni non è che l’inevitabile evoluzione del mondo neocapitalistico avanzato, mondo che di certo non nasce oggi, e neppure con l’invenzione di Google, ma piuttosto con con la trasformazione del pubblico in massa, con la formazione delle grandi concentrazioni economico-editoriali, almeno per quanto riguarda il mondo culturale e letterario, che è il nostro villaggio e quello di Baricco. Queste nuove tecnologie, le branchie di Google, lungi dall’essere il grosso dell’esercito barbaro, ancor di meno ne sono l’avanguardia. Anzi, c’è il rischio che siano proprio questi nuovi mezzi di comunicazione, questi nuovi supporti, la chiave per uscire da questa degenerazione dell’arte, da questa palude puzzolente, ma questo è un discorso che porta lontano, realmente, e che prima o poi bisognerà affrontare seriamente.
Nel 1960 Franco Fortini in un saggio intitolato Verifica dei poteri diceva: I luoghi dell’opinione e del gusto letterario sono stati sorpresi nel giro di pochi anni dall’insorgere ed estendersi di forme per noi nuove di industria della cultura che hanno mutato aspetto e funzione ai tradizionali organi di mediazione fra scrittori e pubblico, come l’editoria, le librerie, i giornali, le riviste, i gruppi politici e d’opinione. Ripeto la data: 1960. Baricco nel 2006 prova a spiegare lo stesso fenomeno, quasi cinquantanni dopo, dichiarandone l’urgenza e l’attualità. Nello stesso tempo, però, Baricco, che fa parte del mondo barbaro che descrive, mimetizzando sotto il velo di una pretesa ingenuità un gran sorrisone, finge di voler cercare di capire, il che, oltre ad essere disonesto, è pazzesco se si pensa che probabilmente egli ne è la manifestazione a livello letterario, fino ad oggi, in Italia, più brillante e riuscita. Ed emerge evidente dal suo stile e dall’accento della sua voce, da quel suo fare ammicante la cui migliore descrizione è, paradossalmente, nelle sue stesse parole. Quando descrive il vino hollywoodiano, esemplificazione del tipicamente barbaro, tratteggia una vera e propria metafora del suo scrivere:
“Ecco alcune delle sue caratteristiche: colore bellissimo, gradazione abbastanza spinta, gusto rotondo, molto semplice, senza spigoli; al primo sorso c’è già tutto; dà una sensazione di ricchezza immediata, di pienezza di gusto e profumo; quando l’hai bevuto la scia dura poco, gli effetti si spengono; interferisce poco con il cibo, ed è pienamente apprezzabile anche solo risvegliando le papille gustative con qualche stupido snack da bar; è fatto con uve che si possono coltivare ovunque.”
Fuori di metafora il discorso mi sembra veramente aderente a quello che è l’autore Baricco, il suo stile, la sua inconfondibile voce.
Il discorso di Baricco è mal calibrato, porta il lettore a farsi un’idea distorta di quello che gli sta realmente accadendo intorno. Perché se è sicuramente utile l’innescarsi di un serio dibattito sulla trasformazione del mondo che ci circonda, sul ruolo che in questa trasformazione hanno le innovazioni tecnologiche, sulla potenziale velocizzazione della diffusione dei saperi, sul cambiamento del significato di letterarietà, è inutile e disonesto, nel farlo, puntare su temi fuorvianti, che non portano da nessuna parte o dalla parte sbagliata, vicoli ciechi, deviazioni inutili.
È ora di smetterla di perdere tempo in queste scaramuccie di retroguardia, è ora di affrontare i temi veramente fondamentali in grado di rivoluzionare sul serio il mondo editoriale e culturale, temi sui quali si gioca il futuro della nostra traballante cultura italiana e che si affacciano, questi sì per la prima volta, sul campo da gioco, per restare nel nostro villaggio, dell’editoria e della letteratura: il tema della condivisione libera dei saperi resa possibile dalle nuove tecnologie, la battaglia contro l’assurdo statuto attuale del copyright, diventato ormai uno dei maggiori impedimenti alla diffusione delle conoscenze, la battaglia per una informazione non viziata dagli interessi economici, quella contro l’aziendalizzazione e la precarizzazione del mondo culturale (dai giornali, alle case editrici, fin anche alle università), la battaglia per una alfabetizzazione culturale finalmente reale, per una diffusione effettiva delle potenzialità tecnologiche, per un funzionamento meritocratico della società culturale italiana, dell’università in primis. Queste però, e bisogna dirlo, prenderne atto (e fare qualcosa), sono piuttosto le nostre battaglie, non quelle di Baricco, che oltre tutto nel frattempo si rende protagonista di azioni di disturbo. Prima fra tutti il duello con Giulio Ferroni svoltosi questa estate sulle pagine dello stesso quotidiano che ha pubblicato I Barbari, grazie al quale Baricco, proprio mentre in pagine limitrofe cercava di capire come essi combattevano e come si muovevano, ha dato una colossale e barbara spallata al mondo della critica letteraria, scardinandolo definitivamente (forse finalmente?), dimostrandone la ormai esclusiva funzione pubblicitaria e mostrando come l’asservimento del critico agli interessi della classe dominante, non sia più soltanto esplicito, ma anche subdolamente implicito alla pratica critica.
Chioso e concludo (e ammicco al Conte): il mio attacco acceso a Baricco non è mosso da rancore personale o da un odio inveterato e pregiudiziale, da letterato, contro chi vende tanto, lo dico sinceramente, è piuttosto mosso dall’insofferenza, spero comune a molti della mia generazione e non solo, nel vedere coloro che avrebbero la possibilità mediatica di smuovere la mentalità collettiva dalla ritrosia e dalla cecità nella quale versa (non solo nel piccolo e relativamente poco importante campo della letteratura), continuare a reiterare formule e discorsi di comodo, inutili e vuoti, sprecare ogni volta l’occasione di dimostrarsi intelligenti.
Nessun commento:
Posta un commento